I bombardamenti
«Mi ricordo c’era in terra un grande… sa quei teloni, quei teloni mimetizzati, di verde, di rosso, di blu? Ecco, e buttavano dentro pezzi di gambe, teste, tutto dentro. Perché quando è crollato quel rifugio paraschegge, che sono morti tutti, li tiravano fuori e li mettevano lì eh? Chi era intatto non lo mettevano là, ma chi era a pezzi, gli buttavano i pezzi là dentro. Io quel ricordo ce lo avrò sempre davanti agli occhi. Potrò morire domani ma davanti agli occhi ci sarà sempre quell’impressione là. E poi ho trovato mia cognata stesa su…».

L’esodo
«È stata tragico, è stata doloroso, il nostro esodo, però c’è stato. Non ci hanno impedito di partire col Sansego, che sbandava tutto da una parte, verso la riva, questo mi ricordo, non dimentichi più certe cose… Quando la nave si è staccata dalla banchina, nell’aprile del 1944, e era tutta sbandata perché erano tutti rivolti verso la Riva a salutare quelle poche persone che ci salutavano e i fagotti che sono rimasti giù perché la stiva non li conteneva tutti, pensa ti, vedere la tua roba giù. E non mi dimenticherò mai».
Anche lei era rivolta verso la Riva a guardare?
«Certo, certo, quando la banchina, quando la banchina, quando il vaporetto, chiamalo vaporetto… era tanto piccolo… si è staccato dalla banchina… E ho detto: “Qua non torniamo più”. Col salvagente, e con le cimici che camminavano… oh Dio! Pieni di pidocchi, di cimici, di tutti i diavoli… oh Dio mio! Pare di parlare di qualcun altro e invece è stata una realtà. Però vedi, in defi nitiva questi eventi non mi hanno toccato, mi hanno sfi orato, riesco a farmi capire? Non sono rimasta incattivita verso qui o verso là. Io ho dei brutti ricordi, come li abbiamo tutti, tutti. Uno che lascia la propria città per forza, non perché lo desidera, per forza, per forza, è diverso, è diverso. Non lo so, è diffi cile da esprimere».

Il sentimento di italianità
Cos’è l’italianità secondo lei?
«È un sentimento che uno sente, come per la propria famiglia, la propria casa, le proprie tradizioni, le proprie radici. E sono sentimenti che non si possono spiegare. Come quando lei si innamora, si sarà innamorata qualche volta, lei vede le cose in un ottica diversa, vedo tutto diverso, sente che farebbe qualunque cosa, si sente più forte, ha una forza interiore che la fa andare avanti senza… fermarsi. Ha mai preso paura per esempio? Io quando ho preso paura, dicevo a mia moglie – che lei non capisce niente, non capisce niente nel senso che anche lei è lombarda – e le spiegavo quello che si può sentire: “Ti posso spiegare la paura. Quando tu prendi paura, oppure devi sopravvivere, ti viene una forza interiore e ti difendi e corri che ti sembra impossibile di aver fatto quelle cose lì!”. Così quando scoppia in te questo sentimento come reazione a qualche cosa, perché uno ti insulta o… Io ho quasi pianto a Milano quando ho visto che sputavano sulla bandiera italiana».

Il ritorno
«Nel 1960 il mio povero papà ha voluto tornare qui a Zara in maggio».
Tornare in che senso?
«A Zara, a rivedere Zara in visita, nel 1960. Io e lui siamo venuti e si vede che ritornando, rivedendo tutto il periodo della sua vita, passavamo per la riva vecchia, lui piangeva, piangeva come non so cosa, come una fontana».
Cosa ha signifi cato per lei tornare a Zara nel 1960?
«Anche io non saprei, non saprei dirtelo… contenta, ma per tutto quello che è successo a mio padre una grande amarezza e dolore infi nito».
Perché siete tornati a Zara?
«Per rivedere Zara».
Perché?
«Così. Per vederla dopo… Noi siamo andati via, come ti dico, nel 1948. Dopo dodici anni siamo tornati a Zara, io e lui. Per vedere la nostra città».
Cosa voleva dire per voi?
«Tutto, tutto. Tutto quello che può, non so… E cosa posso dire? Siamo tornati per rivedere la nostra città, non saprei cos’altro dirti».
Cosa rappresentava per voi la vostra città?
«Tutto, la vita, il lavoro di mio padre, che abbiamo abbandonato tutto, tutto quello che può esserci».

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